Famiglia Fieschi

Famiglia Fieschi

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La storia della famiglia Fieschi, fra le più importanti a Genova e in Europa, costituisce un’innovativa occasione di lettura dell’area ligure. L’intero comprensorio del Tigullio e delle valli limitrofe è sempre stato legato alla famiglia Fieschi, sul quale signoreggiò dall’XI secolo fino al 1547, quando con la Congiura ordita da Gian Luigi Fieschi il Giovane contro Andrea Doria venne a cessare il cosiddetto “Stato Fieschi”.
Di conseguenza, il controllo da loro attuato su un così vasto territorio fa sì che lo studio della loro presenza e delle emergenze ancora esistenti sulla regione costituisca un momento di particolare rilievo.

Il progetto, elaborato da Daniele Calcagno, direttore scientifico dell’Istituto di Studi sui Conti di Lavagna, per la Provincia di Genova e la Rete di Comuni del Tigullio, nell’ambito di “Genova 2004 Capitale Europea della Cultura”, comprende i territori degli attuali comuni di Avegno, Borzonasca, Camogli, Carasco, Casarza Ligure, Castiglione Chiavarese, Chiavari, Cicagna, Cogorno, Coreglia Ligure, Favale di Malvaro, Lavagna, Leivi, Lorsica, Lumarzo, Mezzanego, Moconesi, Moneglia, Ne, Neirone, Orero, Portofino, Rapallo, Recco, Rezzoaglio, San Colombano Certenoli, Santa Margherita Ligure, Santo Stefano d’Aveto, Sestri Levante, Tribogna, Uscio, Varese (Ligure) e Zoagli.

All’elenco proprio dei centri situati nel comprensorio del Tigullio, si aggiungono quelli della Valle di Recco (Recco, Avegno, Uscio e Camogli), per la loro particolare vocazione di collegamento fra la media Riviera di Levante e l’interno della Val Fontanabuona, e Varese (Ligure), in Provincia della Spezia, cerniera di collegamento fra la stessa area del Tigullio e il Parmense. Si tratta di:

a) comuni (18) che conservano ancora in tutto o in parte manufatti ascrivibili alla committenza della famiglia Fieschi o di altri rami dei conti di Lavagna (Borzonasca, Camogli, Carasco, Casarza Ligure, Castiglione Chiavarese, Chiavari, Cogorno, Lavagna, Moneglia, Ne, Neirone, Rapallo, Rezzoaglio, Santa Margherita Ligure, Santo Stefano d’Aveto, Sestri Levante, Varese Ligure, Zoagli);

b) comuni (1) che non conservano più manufatti ascrivibili alla committenza della famiglia (Cicagna);

c) comuni (12) nei quali sono stati significativamente presenti ceppi della famiglia senza tuttavia lasciare segni tangibili o documentali della loro committenza artistica o architettonica (Coreglia Ligure, Favale di Malvaro, Leivi, Lorsica, Lumarzo, Mezzanego, Moconesi, Orero, Portofino, San Colombano Certenoli, Tribogna, Recco).

Sulle tracce dei Fieschi

La particolare struttura del territorio e il vasto areale nel quale sono presenti i diversi manufatti riferibili alla famiglia Fieschi e al clan dei conti di Lavagna si presta alla ricostruzione del passaggio – lungo questo stesso territorio – di alcuni importanti personaggi del passato, in alcuni casi della stessa famiglia Fieschi.

1) Il passaggio di Enrico VII di Lussemburgo nella Riviera da Recco a Porto Venere.

      Nell’autunno del 1311 scendeva in Italia l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo, nel quale i “ghibellini” riponevano grandi speranze (Dante vedeva in lui il veltro a lungo invocato); il 21 ottobre entrò a Genova, accolto con grandi onori. Sarebbe rimasto in città fino al febbraio 1312, quando partì per raggiungere Pisa, viaggiando forse via mare fino a Recco e quindi via terra fino a Portovenere, con un seguito di circa 1.500 persone. Al seguito di Enrico VII vi era Luca Fieschi, cardinale diacono del titolo di Santa Maria in Via Lata, uno dei tre cardinali che lo incoroneranno imperatore in San Giovanni in Laterano il 29 giugno successivo. Luca aveva raggiunto il campo di Enrico VII l’anno precedente, quando il suo esercito stava assediando Brescia e lo aveva quindi seguito a Genova nel suo ingresso. Luca era figlio del conte Nicolò Fieschi, nipote del pontefice Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi) e fratello del cardinale Ottobuono (Adriano V), colui che aveva ceduto nel 1276 al Comune di Genova estesi possessi, accumulati in oltre un ventennio, in Val di Vara e in Lunigiana. Fra questi beni figuravano Pignone e Corvara, sulla via di crinale fra Sestri (Levante) e Portovenere. Forse fu proprio Luca a suggerire ai comandanti del corteo imperiale questa strada ed è curioso che Enrico VII, in questo breve tratto di cammino, sia passato dinanzi a quasi tutti gli edifici fatti costruire dai Fieschi a partire dall’inizio del Duecento. Arrivando a Chiavari era stato accolto nel convento delle monache di Sant’Eustachio fondato dal cardinale Guglielmo Fieschi, era quindi passato davanti all’antica chiesa di San Giovanni Battista, fondata nel 1181 da Bardo da Lavagna e quindi dinanzi al convento di San Francesco. Attraversato Capoborgo era arrivato sulle rive dell’Entella, nei pressi della chiesa della Maddalena - eretta da Ugo Fieschi, padre di Innocenzo IV, fra il 1209 ed il 1210 -, aveva attraversato il ponte fatto ricostruire in muratura negli stessi anni ancora da Ugo ed era passato sull’altra sponda del fiume davanti all’ospedale di San Lazzaro, ultimo elemento del complesso fliscano posto a presidio della fiumana bella. Per andare verso Sestri (Levante) poteva passare da Cogorno, e allora avrebbe ammirato la chiesa di San Salvatore, sulla piazza adorna di palazzi, ardenti nel loro contrasto cromatico bianco-nero; ma se avesse voluto passare più vicino alla costa sarebbe entrato in Lavagna passando dinanzi all’antica pieve e avrebbe così visitato la culla della stessa origine della famiglia Fieschi. Arrivato a Sestri (Levante) ammirò certamente l’ospedale e la chiesa di San Tommaso, fatti costruire da Ottobuono Fieschi, e la chiesa di Sant’Adriano a Trigoso, dove erano conservati molti libri, tra cui anche il codice originale delle Decretali di Innocenzo IV, e avrebbe infine raggiunto Pignone, dove si sarebbe riposato dalle fatiche del viaggio; l’indomani sarebbe finalmente arrivato a Portovenere, da dove si sarebbe imbarcato verso Pisa.

2) Dante e la «fiumana bella».

Dante Alighieri, nel suo esilio da Firenze iniziato nel 1302, trovò ospitalità presso diversi signori locali. Nel 1306 soggiornò presso i Malaspina, in Lunigiana: per loro ricoprì incarichi diplomatici e dedicò alcuni celebri versi della Divina Commedia a Corrado l’Antico. Probabilmente in quel periodo ebbe modo di conoscere esponenti della famiglia Fieschi, nel vicino Tigullio, ma certamente conobbe ed apprezzò Alagia, figlia di Nicolò Fieschi e moglie di Moruello Malaspina. Ad Adriano V (Ottobuono Fieschi), uno dei papi di casa Fieschi (11 luglio-18 agosto 1276), Dante dedicò alcuni versi del Purgatorio (XIX, 97-114); in essi Adriano, dopo essersi qualificato successor Petri, ricordava l’origine della sua stirpe con queste parole: «Intra Siestri e Chiaveri s’adima / una fiumana bella; e del suo nome / lo titol del mio sangue fa sua cima». La sua famiglia, cioè, traeva vanto dal titolo (conti di Lavagna), derivante dal territorio solcato dal fiume omonimo, che lungo il suo corso tocca i territori fliscani della Val Fontanabuona: Neirone, Moconesi, Cicagna, San Colombano Certenoli, Carasco, Cogorno, Lavagna e Chiavari. Dante colloca impropriamente Ottobuono fra gli avari (Cornice V), alludendo alla sua pretesa cupidigia; probabilmente si basò su fonti documentarie e non su una conoscenza diretta (quando Adriano V morì, nel 1276, il poeta aveva soltanto 11 anni). I documenti del tempo, al contrario, menzionano la sua liberalità, ascrivendogli semmai un eccessivo attaccamento al potere.

3) La santa dei Fieschi: Caterina (1447-1510).

Figlia di Giacomo Fieschi (già viceré di Napoli) e Francesca Di Negro, Caterina nacque a Genova (in un palazzo dell’attuale Vico Indoratori) nel 1447; a sedici anni sposò Giuliano Adorno, di vent’anni più anziano, esponente di una delle più importanti casate genovesi che diede alla Repubblica numerosi dogi. Dopo un periodo di vita matrimoniale infelice e turbolenta, i due coniugi si avvicinarono alla religione: Giuliano divenne terziario francescano e Caterina si pose al servizio dei poveri e degli ammalati: per trentadue anni si dedicò a loro nell’ospedale genovese di Pammatone, dove morì, trovando sepoltura nella vicina chiesa della SS. Annunziata di Portoria. Fu canonizzata nel 1737 e proclamata da papa Pio XII patrona secondaria degli ospedali d’Italia. Il corpus che contiene il suo pensiero, raccolto dai discepoli (comprende la Vita, un Dialogo di carattere mistico; il Trattato del Purgatorio), a partire dal 1551 ebbe varie edizioni a Genova, Firenze, Venezia, Napoli, Padova, e fu tradotto in molte lingue europee. Dobbiamo ad Arturo Ferretto, il grande storico genovese di primo Novecento, la notizia del passaggio di Caterina per Chiavari, di ritorno da Santa Maria del Taro, il 5 febbraio 1497. Fra i documenti dell’Archivio di Stato di Genova, Ferretto ne reperì uno che ci scopre un lato inedito della Santa: nel corso delle vertenze per il controllo del “cuneo” di Codorso (un’estesa lingua di terra dipendente dal feudo fliscano di Varese (Ligure) che scendeva a separare i feudi dei Landi – Bedonia e Compiano – da quelli dei Ravaschieri, signori del feudo ecclesiastico di Santa Maria del Taro) si inserisce una lettera, scritta da Caterina al podestà di Compiano il 5 febbraio 1497 proprio da Chiavari, con la quale ribadiva «che il luogo del Rivo di Codurso è della giurisdizione del Taro». Con questa sua semplice affermazione – circostanziata e frutto dell’osservazione diretta sul territorio – Caterina ci conferma la tradizione, secolare, che identifica nella Santa il donatore della statua di Nostra Signora ancor oggi venerata nella chiesa di Santa Maria del Taro, già priorato dipendente dall’abbazia di Sant’Andrea di Borzone, ricostruita per volere del cardinale Ottobuono Fieschi a metà del Duecento. Il percorso di Caterina, come sottolineato da Ferretto, toccò Chiavari, Lavagna (certamente attraversò l’Entella sul ponte della Maddalena e non è improbabile che abbia venerato anche l’icona mariana da poco collocata nel santuario di Nostra Signora del Ponte), Cogorno (dove si dice abbia venerato anche «la croce regalata da papa Innocenzo IV, fratello di Oberto, antenato diretto della Santa» conservata presso la basilica di San Salvatore), per poi passare per Carasco, Mezzanego, Borzonasca, il Passo del Bocco e, quindi, Santa Maria del Taro. Una volta visionati i confini dei feudi, la Santa percorse il cammino in senso inverso, in direzione di Chiavari e, quindi, di Genova. Nel 2004 Genova, capitale europea della Cultura, ha dedicato alla Santa un convegno.

4) Bartolomeo Fieschi “delle Indie”, amico di Cristoforo Colombo.

I rapporti fra la famiglia di Cristoforo Colombo – originaria di Terrarossa di Moconesi – e i Fieschi datano almeno agli anni ’40 del Quattrocento. Il navigatore era legato da grande amicizia a Bartolomeo Fieschi, nipote della futura Santa Caterina, che fu infatti capitano della nave Vizcaina, nel quarto e ultimo viaggio di Colombo verso il Nuovo Mondo, partito il 3 aprile 1502 dal rio di Siviglia, durante il quale toccò le Antille, il sud di Haiti, Cuba e l’Honduras. Nell’ottobre del 2001 sono stati localizzati, al largo di Panama, i resti della Vizcaina, il cui «quasi perfetto stato di conservazione dello scafo sarebbe dovuto al fatto che, a differenza delle altre caravelle… [non sarebbe] naufragata ma abbandonata perché inservibile… [e quindi] affondata lentamente posandosi sul fondale» (Il Secolo XIX, 8 maggio 2002). Sulla strada del ritorno i venti e le correnti portarono la sua flotta verso la Giamaica e in quell’occasione proprio Bartolomeo salvò la vita a Colombo. Fu anche testimone alla stesura del testamento dell’Ammiraglio (Valladolid, 19 maggio 1506) e fu presente alla sua morte, avvenuta due giorni dopo. In quello stesso anno il Fieschi, tornato a Genova, in occasione del tumulto popolare guidato da Paolo da Novi, venne condannato al bando per aver insultato e maltrattato un contadino della Val Polcevera. Bartolomeo si ritirò così a Chiavari, dove la sua famiglia possedeva beni e case nel Borgolungo e a Rupinaro. «Bartolomeo Fieschi “delle Indie”, come riferiscono gli Annali del Giustiniani, fu nel 1525 capitano, ossia commissario, delle navi armate in Genova a profitto di Carlo V e che scelgono Varazze come teatro di guerra contro l’armata Francese» (Ferretto). Il 9 maggio 1528 Bartolomeo, ammalato, dettava le sue ultime volontà, ordinando di essere seppellito a Genova, in San Giovanni il Vecchio (San Lorenzo), lasciando numerosi legati (fra i quali 30 soldi all’Ospedale di Pammatone, forse in ricordo della zia Caterina) e diversi beni alla moglie Pelota, figlia di Ludovico Cibo, al figlio naturale Pantaleone (e a sua madre, Caterina Ispana) e ai figli Eleonora e Giovanni. Bartolomeo doveva essere stato molto legato all’Ordine Gerosolimitano: nel testamento aveva infatti stabilito la sua sepoltura in San Giovanni il Vecchio, già precettoria dell’Ordine, e anche la moglie Pelota, nel suo testamento del 28 febbraio 1556, scelse di essere seppellita nella chiesa inferiore di San Giovanni di Prè, in un “deposito” vicino alla tomba del defunto marito. L’origine di questa “sensibilità” all’Ordine Gerosolimitano, con il quale i Fieschi non sembrerebbero aver intrattenuto particolari rapporti, sembrerebbe legato al periodo di “bando” (esilio) seguito alla rivolta del 1506, quando Bartolomeo soggiornò a Chiavari nel quartiere di Rupinaro, che aveva nella precettoria gerosolimitana di San Giacomo il suo cuore pulsante.

5) Elisabetta Farnese sposa a Filippo V di Spagna.

Elisabetta Farnese (1692-1766), figlia del duca di Parma Odoardo, nel 1714 andò sposa al re di Spagna Filippo V, con un matrimonio combinato dal cardinale Giulio Alberoni, ambasciatore di Parma a Madrid. Nell’estate dello stesso anno, in previsione del passaggio di Elisabetta, l’itinerario stradale da Cento Croci a Sestri (Levante) costituiva l’argomento principale del carteggio fra il conte Rocca e l’incaricato parmense a Genova, Giovanni Battista Morando. L’11 settembre l’incaricato ducale annunciava al Senato della Repubblica la prossima partenza della duchessa, affinché da parte genovese si preparassero lettighe, portantini e muli; il 16 settembre successivo una guarnigione di alabardieri del real palazzo si imbarcava su una galea per Sestri (Levante) e – contemporaneamente – un reggimento di quattrocento militari còrsi si metteva in cammino per Varese (Ligure). Nell’occasione, il 1° ottobre il marchese Agostino Spinola disponeva il trasferimento da Genova a Sestri (Levante) di musici e cantanti da far esibire nel concerto programmato in onore di Elisabetta. Il numeroso seguito richiese inoltre un cospicuo impegno economico da parte genovese, meticolosamente computato dai commissari generali a Sestri (Levante) e Varese (Ligure), Ippolito De Mari e Giuseppe Maria Durazzo: per l’accoglienza del corteo reale era indicata la cifra complessiva di 22.126 lire, comprendenti la retribuzione di staffieri, cuochi, servitori, bancalarî, oltre le forniture da parte di pollaroli, formaggiari, candelari, vinai etc. Alla corte parmense il programma del viaggio si subordinava alla preliminare verifica della strada da Cento Croci a Sestri (Levante), nonché degli alloggi adeguati alla dignità regale degli ospiti, compito affidato al colonnello Odi, inviato con un furiere dal Duca «per prendere lumi delle disposizioni fatte dalla serenissima Repubblica», ma il risultato deludente dei rilievi riferiti a corte determinava la decisione del cardinale Acquaviva di “dilatare” la partenza al 20 settembre, per la consapevolezza del tempo necessario a rendere «convenevole alloggio in Varese e in Sestri». Tale data era confermata dal conte Ignazio Pescia in una lettera all’incaricato parmense a Genova, Morando, in previsione dell’arrivo della regina a Borgo Val di Taro per il 23 settembre e a Sestri (Levante) due giorni dopo. Nel suo viaggio verso la Spagna, seguita da un nutrito corteggio, viaggiò in carrozza e in lettiga fino a Cento Croci e una volta scesa a Varese (Ligure), trascorse la notte del 25 settembre nel palazzo varesino dei Cesena, famiglia da secoli legata ai Fieschi che l’avevano accolta nel loro feudo nel XV secolo. Il giorno successivo Elisabetta riprese il cammino in portantina verso Sestri (Levante), dove si sarebbe imbarcata per la Spagna, toccando Castiglione (Chiavarese) e Casarza (Ligure). La strada di Cento Croci, da allora, fu detta “Strada della regina” in omaggio alla duchessa.

6) La ritirata di Federico Barbarossa per le montagne dei Malaspina.

Nel 1167 l’imperatore Federico I Barbarossa, in fuga da Roma, fu costretto a scegliere un’altra strada per valicare gli Appennini, perché la Via di Monte Bardone (l’odierno Passo della Cisa) gli era interdetta dall’ostilità dei Pontremolesi. Il marchese Opizzo Malaspina, giunto in soccorso all’imperatore, scelse un percorso che, attraverso i suoi estesi possessi della Montagna appenninica, fecero giungere Federico e il suo esercito a Pavia. Il cammino seguì, per un primo tratto, quello della cosiddetta Via Regia e tagliò orizzontalmente la Val d’Aveto da dove, probabilmente per Orezzoli, la carovana raggiunse la Val Trebbia, Varzi e l’antica Ticinum. La Cronaca dell’Anonimo piacientino (1154-1284) racconta infatti che l’imperatore, in fuga da Roma «con quelli che erano sopravvissuti agli scontri, raggiunse Pavia con il marchese Malaspina passando per diversi castelli della Toscana e per le montagne di Piacenza. Allora, mentre l’imperatore attraversava le montagne con il marchese, vedendole così erte e aspre, domandò allo stesso marchese come potesse vivere in quelle contrade, dove non vedeva nulla di buono. Il marchese gli rispose che viveva e si arricchiva con le “volte”», ovvero con il commercio. La “volta” è una struttura architettonica composta da uno o più ambienti “voltati” (di qui il caratteristico nome) destinati al ricovero delle mercanzie, da una serie di stalle per la sosta dei muli e – molto spesso – da un’ala destinata alla ricettività o al ristoro, principalmente il pernottamento o il vettovagliamento dei conduttori (mulattieri) delle numerose carovane mercantili che allora interessavano l’Appennino. Talvolta queste strutture assumevano caratteristiche fortificate – se ne conservano esempi in Val di Taro e in Val Polcevera – e in questo caso l’edificio appariva più massiccio, con strutture di controllo agli accessi (garitte o posti di guardia) e l’intero complesso era facilmente e rapidamente barricabile. Ancora oggi sono riscontrabili numerose strutture di questo genere in Val d’Aveto, nei territori di Santo Stefano e Rezzoaglio, alcune delle quali sono ascrivibili al periodo della dominazione dei Fieschi (1495-1497). Questo passo della Cronaca, molto spesso citato in maniera errata, confondendo il termine “volta” con il lemma latino vulnus (ferita, qui inferta al fine di derubare qualcuno), ha fatto sì che la figura del marchese Opizzo fosse avvolta da una sorta di leggenda nera, con la quale sarebbe addirittura spiegata l’origine del loro cognome: “mala” spina, ossia “cattiva” spina. In realtà il marchese si arricchiva grazie ai fiorenti commerci che interessavano la montagna appenninica, da sempre importante crocevia commerciale fra Toscana, Emilia, Liguria e Lombardia. La principale vocazione dei Valdavetani, infatti, fu quella del mulattiere e solo con l’Unità d’Italia (ovvero con la soppressione delle barriere doganali – e dei dazi – fra Regno di Sardegna e Regno Lombardo Veneto) e definitivamente con l’apertura delle moderne vie di comunicazione, intorno agli anni Trenta del Novecento, posero termine a questa attività, provocando un rapido abbandono della Valle e una forte migrazione verso le Americhe e, nella migliore delle ipotesi, verso Genova o Chiavari.

7) Giovanni Fieschi da Camezana e la Valle di Garibaldo.

Fra i diversi rami della famiglia Fieschi che cominciano a delinearsi a partire dalla fine del XII secolo figura anche un ramo che, stabilitosi a Camezana, oggi in Comune di Casarza (Ligure), ne assunsero per praticità il predicato, chiamandosi conti di Camezana. Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi) accordava infatti negli anni 1245-1250 la chiesa di Vingrave (Diocesi di Lincoln) al nipote maestro (era laureato in Legge all’Università di Bologna) Giovanni de Camezana, cappellano pontificio, e il 4 marzo del 1252 lo stesso pontefice conferiva un beneficio a Guglielmo, chierico di San Quirico di Sestri (Levante), parente di suo nipote Giovanni de Camezana, “abbreviatore delle lettere pontificie”. Il 15 settembre del 1259 Giovanni de Camezana è prevosto della cattedrale di Genova e il 26 agosto del 1268, dicendosi figlio del fu Ugo, faceva testamento, stabilendo anniversari perpetui nelle chiese di San Lorenzo e di Nostra Signora delle Vigne a Genova, in quella di Elsfer (Diocesi di Evreux) e in quella di Amrency, delle quali era canonico. Giovanni lasciava anche una cospicua somma per la ricostruzione della chiesa di San Giovanni Battista di Candeasco a Casarza (Ligure), tuttora esistente. Giovanni de Camezana aveva un parente di nome Enrico, il quale, per poter compiere i suoi studi a Bologna, era investito dal pontefice di diversi chiericati a Reppia (oggi nel Comune di Ne) e a Genova, e usufruiva anche di una prebenda nel palazzo arcivescovile. Possedeva anche un chiericato nelle due chiese di San Michele de Osti e di San Martino de Drevenio nella Valle di Garibaldo, oggi Val Graveglia (Ne), feudo dei conti di Lavagna almeno a partire dal Mille. La chiesa di Osti, insieme con quelle di San Vincenzo di Terizzo, Sant’Antonio di Pontori (il martire Sant’Antonino – di Piacenza? – fu più tardi trasformato in Antonio da Padova) e San Biagio di Garibaldo furono distrutte, essendo trasportata la cura in un posto centrale, alla Chiesanuova, per decreto del cardinale Orazio Spinola del 26 agosto 1603. Tuttavia, della chiesa di San Michele de Osti rimangono visibili, immersi nel verde, i suggestivi ruderi dell’abside. La chiesa di Drevenio fu unita a quella di Tolceto o Caminata.

8) Il bandito Nicolò Della Cella.

Nel 1583 si tenne a Santo Stefano d’Aveto, feudo fliscano pervenuto ai Doria nel XVI secolo, un processo contro il bandito ventiduenne Nicolò Della Cella di Cabanne, in Val d’Aveto, reo di avere partecipato ad un omicidio nel territorio genovese di Orero, nella Val Fontanabuona (compresa nella podesteria di Rapallo). Il delitto era avvenuto sul valico che collegava Rapallo alla Fontanabuona, dove spesso entravano in azione i banditi ai danni dei viaggiatori. Torturato, Nicolò si decise a confessare anche altre rapine effettuate in Valle Sturla contro tessitori di velluto. Nell’entroterra del Tigullio si registrarono in quel periodo altri episodi simili, che mostrano uno spaccato sociale dei territori di Avegno, Uscio, Tribogna, Coreglia Ligure, Moconesi, Orero, Lorsica, Favale di Malvaro.

Bibliografia

Della famiglia Fiesca. Trattato dell’eccellentissimo signor Federico Federici, Genova s.d. (ma 1645).

R. Gramondo, Varese Ligure nei secoli e ora, Sarzana 1968.

A. Agosto, Colombo e i Fieschi, Lavagna 1992.

P. Cassiano da Langasco, Caterina da Genova, in Dizionario Biografico dei Liguri, III, Genova 1996 (con bibliografia precedente).

I Fieschi tra Papato ed Impero, Atti del Convegno (Lavagna, 18 dicembre 1994), a cura di D. Calcagno, prefazione di G. Airaldi, Lavagna 1997.

D. Calcagno, Pignone e le sue vie tra Medioevo ed Età Moderna: dalla Romfahrt di Enrico VII alle relazioni del 1664 e del 1779, in Via hæc a Sigestro oppido ad Sarzanam urbem ferens. Pignone e le sue vie tra Medioevo ed Età Moderna, a cura di D. Calcagno, Pignone 2001.

S. Sbarbaro, Storie di banniti et mercadanti tra le Valli dell’Aveto, della Trebbia e del Taro, in La montagna tosco-ligure-emiliana e le vie di commercio e di pellegrinaggio: Borgo Val di Taro e i Fieschi, atti del Convegno, a cura di D. Calcagno, Borgo Val di Taro 2002.

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